Wall Street accelera verso una nuova generazione di investimenti digitali. Federated Hermes, società americana che gestisce circa 911,6 miliardi di dollari, ha annunciato un accordo con Prometheum per portare sul mercato quote di fondi registrate su blockchain. Il primo prodotto è atteso nel primo trimestre del 2027. L’obiettivo non è creare una nuova criptovaluta, ma rendere gli strumenti finanziari tradizionali più semplici da trasferire, amministrare e distribuire.
La novità riguarda il modo in cui viene rappresentata la proprietà di una quota. Con la tokenizzazione, un diritto relativo a un investimento viene registrato attraverso un token digitale, utilizzando una blockchain come infrastruttura tecnologica. L’investitore continua a detenere una partecipazione in un fondo, con caratteristiche e rischi legati agli attivi sottostanti. Cambia invece il sistema con cui possono essere tenute le registrazioni e gestite alcune operazioni.
Per Federated Hermes è un passaggio significativo anche sul piano industriale. In precedenza il gruppo aveva collaborato con operatori come Archax, Goldman Sachs e Conduit Digital per iniziative nelle quali soggetti esterni realizzavano rappresentazioni digitali di prodotti già esistenti. Ora intende partecipare direttamente all’emissione delle nuove classi di quote tokenizzate, rafforzando il proprio controllo sulla struttura e sulla distribuzione dell’offerta.
Il partner Prometheum mette a disposizione una rete di intermediari registrati presso la Securities and Exchange Commission e aderenti alla FINRA, l’organismo statunitense di vigilanza sull’intermediazione. Le sue società si occuperanno di servizi essenziali come custodia, compensazione e regolamento delle transazioni. La controllata ProFinancial sosterrà la distribuzione, mentre Prometheum Capital consentirà ad altri intermediari di accedere ai prodotti tramite un sistema di servizi condivisi.
Questo aspetto potrebbe risultare decisivo. Finora molte soluzioni tokenizzate sono rimaste concentrate in piattaforme specializzate, poco integrate con le abitudini degli investitori. Federated Hermes punta invece a renderle accessibili tramite i normali conti presso broker e consulenti finanziari. Per un cliente, quindi, l’innovazione potrebbe essere quasi invisibile nell’esperienza quotidiana, pur modificando profondamente i processi che operano dietro le quinte.
Le società non hanno ancora indicato quali fondi saranno coinvolti né quale rete blockchain verrà utilizzata. Tra i possibili candidati figurano i fondi monetari, un settore nel quale Federated Hermes possiede una presenza consolidata. Questi strumenti investono prevalentemente in attività a breve scadenza e vengono utilizzati per gestire la liquidità, pur non essendo equivalenti a un deposito bancario garantito.
La tecnologia potrebbe rendere più rapidi alcuni trasferimenti, ridurre le riconciliazioni amministrative e facilitare l’impiego delle quote come garanzia in determinate operazioni finanziarie. La possibilità di programmare alcune istruzioni tramite software potrebbe inoltre alleggerire il lavoro degli intermediari. Tuttavia, la registrazione sulla blockchain non significa automaticamente scambi continui o liquidità immediata: restano determinanti le regole del fondo, gli orari dei servizi e le procedure applicabili.
L’iniziativa si inserisce in una trasformazione più ampia. BlackRock, Franklin Templeton e JPMorgan hanno già sviluppato progetti collegati alla tokenizzazione degli strumenti finanziari. Secondo una previsione di Citi riportata nel settore, il mercato dei titoli tokenizzati potrebbe arrivare a 5.500 miliardi di dollari entro il 2030. È una stima, non un risultato acquisito, e la crescita dipenderà anche dall’adozione concreta da parte degli intermediari.
Rimangono questioni importanti: sicurezza informatica, corretta individuazione dei titolari, compatibilità fra sistemi, trasparenza dei costi e tutela degli investitori. La blockchain può migliorare l’infrastruttura, ma non elimina il rischio finanziario né sostituisce le responsabilità dei gestori. La sfida di Federated Hermes sarà dimostrare che una tecnologia spesso associata alle criptovalute può diventare uno strumento ordinario, affidabile e utile per il risparmio gestito. Il vero banco di prova sarà la capacità di rendere il servizio economicamente conveniente anche per chi investe somme modeste, senza creare nuovi passaggi opachi tra detenzione del token e diritti effettivamente esercitabili.
Strategy continua a rafforzare la propria presenza nel mercato delle criptovalute, ma questa volta la notizia non riguarda soltanto l’acquisto di nuovi Bitcoin. La società americana guidata da Michael Saylor ha annunciato il 12 ottobre 2026 due operazioni parallele: l’ingresso di altri 250 Bitcoin nelle proprie riserve e il riacquisto di quasi due milioni di azioni privilegiate STRC. Una scelta che mostra come l’accumulo di criptovalute sia ormai accompagnato da una gestione sempre più articolata del capitale.
Tra il 5 e l’11 ottobre, Strategy ha investito circa 21,5 milioni di dollari per acquistare 250 Bitcoin, pagando mediamente 86.194 dollari per unità, comprese le spese. Il patrimonio complessivo è salito così a 848.250 Bitcoin, acquistati nel tempo per circa 64 miliardi di dollari. Il costo medio dell’intera riserva è pari a 75.444 dollari per Bitcoin: un dato importante perché permette di confrontare l’investimento storico con le oscillazioni del mercato.
L’operazione è stata finanziata soprattutto attraverso la vendita di 125.183 azioni ordinarie MSTR, dalla quale la società ha ricavato 21 milioni di dollari netti. Il restante mezzo milione è arrivato dalla liquidità disponibile. Questo meccanismo consente a Strategy di acquistare criptovalute raccogliendo nuovi capitali sul mercato azionario, anziché impiegare esclusivamente risorse accumulate attraverso l’attività operativa.
La seconda operazione è economicamente ancora più rilevante. Strategy ha riacquistato 1.932.145 azioni STRC per 192,4 milioni di dollari, quasi nove volte la somma destinata ai nuovi Bitcoin. STRC identifica una categoria di azioni privilegiate perpetue, denominata Stretch, caratterizzata da una remunerazione variabile. Non si tratta delle normali azioni MSTR e neppure di Bitcoin: sono strumenti finanziari con caratteristiche differenti, utilizzati dalla società per strutturare la propria raccolta di capitale.
Riacquistare queste azioni significa intervenire sulla composizione dei finanziamenti e degli strumenti emessi. L’operazione può contribuire a ridurre il numero di titoli privilegiati in circolazione e i relativi impegni economici, a seconda del trattamento delle azioni riacquistate. Non equivale però automaticamente a cancellare debiti o ad annullare ogni obbligo futuro. Per il programma di riacquisto dei titoli privilegiati restano autorizzati altri 354,8 milioni di dollari, mentre per le azioni ordinarie MSTR è disponibile un programma separato da un miliardo.
Accanto agli investimenti in Bitcoin, la società conserva una notevole dotazione in dollari. All’11 ottobre disponeva di una riserva specifica di 4,88 miliardi, destinata a sostenere il pagamento dei dividendi privilegiati e degli interessi sul debito, oltre a 640,5 milioni di liquidità per altre necessità aziendali. Complessivamente sono circa 5,5 miliardi di dollari, una disponibilità che offre margini di manovra anche nelle fasi difficili del mercato.
Questo equilibrio è centrale per comprendere la strategia di Saylor. Bitcoin costituisce il principale investimento di lungo periodo, ma il suo valore può cambiare rapidamente e non produce automaticamente flussi di cassa con cui pagare dividendi o interessi. Per questo la società deve coordinare raccolta di fondi, scadenze, distribuzioni agli investitori e disponibilità liquide.
Per gli azionisti resta una doppia opportunità accompagnata da rischi evidenti. Se Bitcoin aumenta di valore, le riserve possono rafforzare il patrimonio; se scende, le perdite di valutazione possono pesare sui conti e sulla fiducia del mercato. Inoltre, l’emissione di nuove azioni ordinarie può diluire la partecipazione degli investitori esistenti.
Il messaggio ai mercati è che la crescita delle riserve digitali non elimina la necessità di preservare liquidità e flessibilità finanziaria. L’annuncio di ottobre racconta dunque una trasformazione più ampia: Strategy non si limita ad acquistare Bitcoin, ma costruisce attorno alla criptovaluta un modello finanziario che combina mercati azionari, titoli privilegiati e riserve monetarie. La sostenibilità di questo sistema dipenderà soprattutto dalla disciplina nella gestione del capitale e dalla capacità di attraversare anche periodi prolungati di forte volatilità.
In Corea del Sud il Bitcoin entra ufficialmente nel mondo dei prestiti bancari tradizionali. Jeonbuk Bank, istituto del gruppo finanziario JB Financial Group, ha avviato un servizio che permette alle imprese di ottenere finanziamenti in won, la valuta nazionale, offrendo la criptovaluta come garanzia. È una novità per il sistema bancario sudcoreano e segna un ulteriore avvicinamento tra gli strumenti della finanza convenzionale e il mercato degli asset digitali.
Il funzionamento è relativamente semplice. Un’azienda che possiede Bitcoin e ha bisogno di liquidità per sostenere le proprie attività può chiedere un prestito senza vendere immediatamente le monete digitali. La banca eroga denaro utilizzabile per le spese operative, mentre i Bitcoin vengono vincolati a garanzia del rimborso. L'impresa conserva così l'esposizione economica alla criptovaluta, ma assume un debito da rimborsare secondo le condizioni contrattuali.
Il servizio, almeno nella fase iniziale, è riservato esclusivamente alle aziende. Non riguarda quindi i risparmiatori privati e non consente di impegnare indistintamente qualsiasi criptovaluta. Jeonbuk Bank ha scelto soltanto Bitcoin, considerandolo più adatto rispetto ad altri asset digitali grazie alle dimensioni del mercato, agli scambi elevati e alla maggiore possibilità di individuare prezzi attendibili.
Un elemento centrale riguarda la custodia. La banca non riceve direttamente i Bitcoin e non gestisce i portafogli digitali che li contengono. Gli asset vengono affidati a operatori specializzati e registrati, mentre l’istituto mantiene i diritti necessari a far valere la garanzia. Questa separazione consente di utilizzare una ricchezza digitale all’interno di un rapporto di credito tradizionale, senza obbligare la banca a diventare essa stessa custode di criptovalute.
La svolta è stata resa possibile anche dalle modifiche alle norme sudcoreane sull’esecuzione civile, entrate in vigore il primo ottobre 2026. Le nuove procedure disciplinano il sequestro e la vendita dei diritti relativi agli asset virtuali. Se l’impresa non restituisce il finanziamento, la banca può quindi ricorrere ai meccanismi giudiziari per ottenere la vendita delle garanzie e recuperare quanto dovuto attraverso il ricavato.
Resta però un problema decisivo, rappresentato dalle oscillazioni del Bitcoin. Una garanzia che oggi vale molto potrebbe perdere una parte significativa del proprio valore in poche ore. Per questo Jeonbuk Bank ha effettuato prove di resistenza a forti ribassi e predisposto un sistema di valutazione che prende in considerazione i prezzi di più piattaforme internazionali e indicatori di volatilità. La liquidità del mercato non elimina comunque il rischio di perdite, soprattutto se una vendita forzata richiede tempi giudiziari incompatibili con la rapidità delle quotazioni.
Non sono stati resi pubblici i tassi applicati, gli importi massimi finanziabili e il rapporto richiesto tra prestito e valore dei Bitcoin depositati. Mancano anche indicazioni precise sulle soglie che potrebbero far scattare richieste di garanzie aggiuntive. Un rappresentante della banca ha comunque confermato che almeno un finanziamento è già stato concesso, senza rivelare l’identità dell’impresa beneficiaria.
La scelta rientra in una strategia più ampia: l’istituto lavora anche su pagamenti, stablecoin e strumenti capaci di collegare conti bancari e portafogli digitali attraverso un’unica interfaccia.
L’interesse dell’operazione va oltre il singolo prestito. Per un’azienda che detiene Bitcoin, poter ottenere capitale circolante senza liquidare le proprie riserve apre nuove possibilità di gestione finanziaria. Per le banche, invece, si prospetta un mercato da esplorare con prudenza, costruendo regole solide sulla custodia, sulla valutazione e sul recupero del credito.
L’esperimento sudcoreano non significa che Bitcoin sia diventato una garanzia priva di rischi, né annuncia automaticamente prestiti in criptovalute per tutti. Dimostra piuttosto che la finanza tradizionale sta imparando a riconoscere gli asset digitali come beni economicamente utilizzabili, purché inseriti in un sistema di controlli e responsabilità. Il vero banco di prova arriverà quando il modello dovrà affrontare un mercato in forte ribasso.
La settimana dal 12 al 18 ottobre 2026 si apre con una doppia attesa per il mondo delle criptovalute. Da una parte arrivano dati economici capaci di cambiare le prospettive sui tassi americani; dall’altra Ethereum prepara nuove discussioni tecniche sul futuro della sua rete. In mezzo ci sono regolatori, grandi operatori finanziari e progetti blockchain, tutti con appuntamenti che potrebbero incidere sui mercati e alimentare improvvise oscillazioni dei prezzi. Il contesto è già complicato dall’aumento del petrolio e dalla forza del dollaro, due fattori che possono ridurre l’appetito per gli investimenti rischiosi.
Il momento più delicato è fissato per mercoledì 14 ottobre, quando gli Stati Uniti diffonderanno l’indice dei prezzi al consumo di settembre. Le previsioni indicano un’inflazione annua del 3,6%, rispetto al 3,4% precedente, e un aumento mensile dello 0,6%. L’indice di fondo, che esclude alimentari ed energia, è invece atteso al 2,5% annuo. Sono stime, non risultati acquisiti, ma bastano a rendere nervosi gli investitori.
Il collegamento con Bitcoin è diretto. Se l’inflazione sorprende al rialzo, la Federal Reserve potrebbe mantenere una politica monetaria restrittiva più a lungo. Il denaro costoso tende a ridurre la propensione al rischio e può penalizzare le attività più volatili. Un dato inferiore alle attese, al contrario, potrebbe alleggerire la pressione su criptovalute e mercati azionari. Al momento gli operatori ritengono probabile una pausa sui tassi a ottobre, mentre considerano possibile un aumento a dicembre.
Giovedì 15 ottobre aggiungerà altri elementi. Sono attesi i prezzi alla produzione statunitensi, con un incremento annuo previsto del 5,3%, le vendite al dettaglio, stimate in crescita dello 0,3% mensile, e nuove richieste di sussidio di disoccupazione. La combinazione tra costi delle imprese, consumi e occupazione aiuterà a capire se l’economia rallenta senza raffreddare abbastanza i prezzi. Anche i bilanci di BlackRock e BNY saranno osservati per misurare domanda di investimenti e condizioni della finanza tradizionale.
Intanto, giovedì gli sviluppatori di Ethereum si riuniranno per discutere Glamsterdam e Hegotá, nomi dei prossimi percorsi di aggiornamento della blockchain. Il confronto riguarda l’evoluzione dell’infrastruttura che ospita applicazioni decentralizzate, stablecoin e numerosi strumenti finanziari digitali. Non significa che un aggiornamento sarà attivato immediatamente: le modifiche richiedono verifiche, coordinamento e decisioni tecniche condivise. Per gli investitori, però, la direzione dello sviluppo resta un segnale importante.
Anche la regolamentazione torna centrale. Venerdì 16 ottobre terminerà a Singapore la consultazione pubblica sulle modifiche al Payment Services Act, pensate per disciplinare meglio le stablecoin. Si tratta di token che cercano di mantenere un valore stabile rispetto a una valuta di riferimento. La qualità delle riserve, la vigilanza sugli emittenti e la tutela degli utenti saranno aspetti cruciali per favorirne l’utilizzo nei pagamenti.
Nel settore della finanza decentralizzata, Arbitrum avvierà il voto sull’iniziativa USDG, mentre diversi protocolli affronteranno decisioni di governance. Il 15 ottobre è previsto inoltre lo sblocco di token Starknet per circa 13,2 milioni di dollari; il 16 toccherà ad Arbitrum, per oltre 18 milioni, e il 17 a Cronos, per circa 73 milioni. Queste immissioni non provocano necessariamente vendite, ma aumentano i quantitativi potenzialmente negoziabili.
A completare il quadro arrivano l’inflazione cinese, i dati europei sui prezzi e incontri internazionali dedicati alla blockchain. In Cina l’indice dei prezzi al consumo di settembre è atteso all’1%, mentre per l’Eurozona la lettura definitiva dell’inflazione annua è stimata al 3,8%. I risultati restano da verificare. Il messaggio della settimana è chiaro: l’andamento delle criptovalute non dipende soltanto dai progressi tecnologici. Le decisioni delle banche centrali, la solidità dell’economia e le nuove regole possono pesare quanto le innovazioni dei protocolli. Per Bitcoin ed Ethereum saranno giorni in cui economia reale e finanza digitale torneranno a muoversi insieme.
Il Regno Unito intensifica la pressione sulle reti finanziarie sospettate di aiutare la Russia ad aggirare le sanzioni internazionali e porta nel mirino anche il settore delle criptovalute. Il governo britannico ha annunciato l’8 ottobre 2026 un nuovo pacchetto di 38 misure che comprende tre piattaforme di scambio crypto, due servizi di pagamento e altri soggetti collegati all’economia di guerra russa. L’obiettivo dichiarato è interrompere i canali attraverso cui denaro e risorse continuerebbero a raggiungere Mosca nonostante le restrizioni occidentali.
Tra i nomi coinvolti figurano Cryptomus e Heleket, piattaforme riconducibili alla società canadese Xeltox Enterprises, e TokenSpot, operatore con sede in Kirghizistan. Le autorità hanno inoltre inserito nelle liste Tsunami Payments e Processing KG, società di pagamenti kirghise, insieme a Ulan Bukabaev, dirigente di Processing KG. Non tutte queste denominazioni corrispondono a società autonome: Cryptomus e Heleket compaiono nell’ambito della designazione di Xeltox, particolare importante per comprendere la struttura del provvedimento.
Secondo Londra, alcuni operatori potrebbero aver facilitato trasferimenti finanziari destinati a superare i blocchi imposti alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Il governo riferisce che due delle imprese colpite hanno elaborato o agevolato operazioni riconducibili ad A7, una rete finanziaria sostenuta dal Cremlino. La stessa rete avrebbe dichiarato di aver movimentato più di 90 miliardi di dollari nell’anno precedente: un dato riportato dalle autorità britanniche, non una cifra presentata come accertamento indipendente.
Al centro dell’attenzione c’è anche A7A5, una stablecoin collegata al rublo. A differenza delle criptovalute che oscillano liberamente sui mercati, una stablecoin cerca di mantenere un valore stabile rispetto alla valuta di riferimento. Questa caratteristica può renderla adatta ai pagamenti transfrontalieri, ma non impedisce che venga utilizzata, secondo le autorità, all’interno di sistemi pensati per sottrarsi ai controlli finanziari. La tecnologia blockchain permette infatti di trasferire fondi senza ricorrere necessariamente ai circuiti bancari tradizionali.
Le misure britanniche prevedono il congelamento dei beni delle entità designate soggetti alla giurisdizione del Regno Unito e restrizioni sulle operazioni finanziarie che le coinvolgono. Per banche, intermediari e imprese crypto significa dover verificare con maggiore attenzione controparti, portafogli digitali e collegamenti societari. Non si tratta di un divieto generale sulle criptovalute, ma di interventi rivolti a soggetti individuati nell’ambito del regime sanzionatorio.
La vicenda evidenzia inoltre il ruolo assunto dal Kirghizistan nei percorsi finanziari osservati dalle autorità occidentali. Secondo un’analisi della società specializzata TRM Labs, TokenSpot avrebbe trasferito oltre 950 milioni di dollari verso Grinex, Garantex e la rete A7. Sono valutazioni di un operatore privato basate sull’analisi delle transazioni blockchain e devono essere distinte dalle contestazioni formulate ufficialmente dal governo britannico.
Un aspetto delicato riguarda la continuità operativa delle piattaforme. Le indagini sui flussi digitali mostrano che alcuni servizi possono cambiare nome, società o infrastruttura, rendendo necessario seguire non soltanto i marchi commerciali ma anche gli indirizzi utilizzati per ricevere e inviare fondi. Il tracciamento pubblico delle blockchain facilita alcune verifiche, ma l’attribuzione effettiva dei portafogli richiede ulteriori riscontri e non basta, da sola, a dimostrare la responsabilità di un soggetto.
Il pacchetto non si limita alla finanza digitale. Comprende anche due società petrolifere russe, dodici petroliere della cosiddetta flotta ombra e fornitori di materiali e componenti considerati rilevanti per la produzione di missili e droni. Londra cerca così di colpire contemporaneamente i ricavi energetici, le catene di approvvigionamento militare e gli strumenti attraverso cui circola il denaro.
Per il mercato crypto il messaggio è significativo. Gli asset digitali restano strumenti tecnologici utilizzabili per molte attività legittime, ma gli exchange devono confrontarsi con obblighi di controllo sempre più stringenti. La sfida, per governi e operatori, sarà contrastare le reti sospette senza confondere l’uso illecito di una piattaforma con l’intero settore delle criptovalute.