L’Asia sta diventando uno dei laboratori più interessanti per il futuro dei pagamenti digitali, e questa volta il centro della scena non è occupato dalle criptovalute speculative ma dalle stablecoin, cioè token ancorati a una valuta fiat e pensati per trasferire valore in modo rapido, stabile e sempre più integrato con l’economia reale. Il segnale arriva da due mercati molto diversi ma ugualmente strategici, il Giappone e la Corea del Sud, dove operatori tecnologici, banche e gruppi finanziari stanno accelerando sulla costruzione di circuiti di pagamento fondati su valute digitali legate allo yen e al won. Non si tratta più soltanto di test teorici o di sperimentazioni confinate ai documenti di policy. Il movimento sta entrando nei negozi, nei ristoranti, nelle piattaforme di trading e nei tavoli delle grandi istituzioni finanziarie.
In Giappone il passaggio più visibile è quello promosso da HashPort, che ha avviato dal 7 aprile un progetto pilota per consentire pagamenti con JPYC in alcuni punti vendita della catena di okonomiyaki Chibo, tra Osaka e Tokyo. L’operazione ha un valore simbolico molto forte, perché porta la stablecoin in yen fuori dal perimetro degli investitori digitali e la colloca in un gesto quotidiano, quello del pagamento al ristorante tramite QR code e wallet. È un passaggio importante anche sotto il profilo culturale. Una tecnologia viene davvero accettata quando smette di apparire eccezionale e comincia a inserirsi nei comportamenti ordinari. HashPort, che aveva già lanciato un servizio di pagamenti in stablecoin senza commissioni all’inizio dell’anno, sta usando questo test per capire se il modello può estendersi ad altri esercizi commerciali e persino ad altri asset digitali come USDC.
Il contesto giapponese, invero, è favorevole perché il Paese ha scelto di costruire un quadro normativo più concreto rispetto a molte altre economie avanzate. JPYC è stata lanciata nell’ottobre 2025 dopo il rilascio di una licenza come operatore di trasferimento fondi, e questo ha dato al mercato un primo modello di stablecoin in yen regolamentata e utilizzabile in un contesto reale. Parallelamente, SBI Holdings e Startale Group stanno lavorando a JPYSC, una stablecoin con struttura fiduciaria bancaria e obiettivo di lancio nel secondo trimestre del 2026. Inoltre Japan Post Bank ha annunciato lo sviluppo di una valuta digitale garantita da depositi, segno che anche gli attori tradizionali vedono ormai la moneta su infrastruttura blockchain non come una curiosità marginale, ma come un’evoluzione possibile dei sistemi di regolamento e pagamento.
La Corea del Sud si muove con una logica diversa ma altrettanto aggressiva. Qui il protagonista è KB Financial Group, uno dei maggiori conglomerati bancari del Paese, che sta approfondendo la propria relazione con Circle, emittente di USDC. Secondo le informazioni emerse nei giorni scorsi, l’incontro previsto a Seul con il CEO Jeremy Allaire punta a sviluppare tre direttrici precise, l’uso domestico di USDC, i pagamenti transfrontalieri su blockchain e la possibile emissione di una stablecoin denominata in won. La collaborazione non parte da zero, perché KB Financial ha già completato nella seconda metà del 2025 una proof of concept basata su Circle Mint, dimostrando processi di emissione, rimessa e rimborso in valuta fiat. Questo significa che la discussione non è più soltanto strategica, ma si fonda già su test operativi.
Attorno a questo asse bancario si sta muovendo altresì l’intero ecosistema coreano. Le indiscrezioni parlano di contatti anche con Dunamu, la società che controlla Upbit, per ampliare la distribuzione di USDC nel mercato locale. Sul piano istituzionale il clima appare in evoluzione. Da un lato emergono aperture alla possibilità che una stablecoin in won possa convivere con una CBDC e con i token di deposito; dall’altro restano cautele e riserve su stabilità monetaria, fiducia nella valuta e regolazione. Proprio questa ambivalenza rende il caso sudcoreano interessante. Non siamo davanti a un’adozione ingenua, ma a un confronto serrato tra innovazione e presidio pubblico. Il risultato potrebbe essere uno dei modelli più sofisticati dell’area asiatica.
Il punto decisivo è che le stablecoin stanno cambiando funzione. Per anni sono state percepite soprattutto come infrastrutture interne ai mercati crypto, utili per spostare liquidità tra exchange e protocolli. Oggi, invece, diventano strumenti di pagamento, di regolamento commerciale e di integrazione tra finanza tradizionale e reti blockchain. Se il Giappone mostra come una stablecoin in yen possa entrare nella vita quotidiana dei consumatori, la Corea del Sud mostra come grandi gruppi bancari possano usarla come leva per ripensare i trasferimenti internazionali e la moneta digitale nazionale. In questo senso, Asia orientale e stablecoin stanno scrivendo un passaggio che va ben oltre la tecnologia. Stanno ridefinendo il rapporto tra moneta, rete e consumo reale.